La pena di morte nel mondo: un primato asiatico e mediorientale

Nel corso degli ultimi mesi del 2018 e durante i primi mesi del 2019, la storica organizzazione non governativa “Nessuno tocchi Caino”, che si batte per l’abolizione della pena capitale in tutto il globo, ha pubblicato il nuovo report che raccoglie i dati sulle esecuzioni capitali.  L’evoluzione positiva verso l’abolizione della pena di morte in atto nel mondo da vent’anni, si è confermata nel 2018 e nei primi sei mesi del 2019. I Paesi o i territori che hanno deciso di abolirla per legge o in pratica sono oggi 162. Di questi, i Paesi totalmente abolizionisti sono 106; gli abolizionisti per crimini ordinari sono 7; quelli che attuano una moratoria delle esecuzioni sono 6; i Paesi abolizionisti di fatto, che non eseguono sentenze capitali da oltre dieci anni, sono 43. I Paesi mantenitori della pena di morte sono progressivamente diminuiti nel corso degli ultimi dieci anni: nel 2017, sono 36, rispetto ai 38 del 2016 ed in calo rispetto ai 51 del 2007. Dei 36 Paesi mantenitori della pena capitale, sono solo 6 quelli che possiamo definire di democrazia liberale, considerando non solo il sistema politico del Paese, ma anche il sistema dei diritti umani, il rispetto dei diritti civili e politici, delle libertà economiche e delle regole dello Stato di diritto. Le democrazie liberali che nel 2017 hanno praticato la pena di morte sono state 2 e hanno effettuato in tutto 27 esecuzioni, lo 0,8% del totale mondiale: Stati Uniti (23) e Giappone (4). Ancora una volta, l’Asia si conferma essere il continente dove si pratica la quasi totalità della pena di morte nel mondo. Se stimiamo che in Cina vi sono state almeno 2.000 esecuzioni, il dato complessivo del 2017 nel continente asiatico corrisponde ad almeno 3.034 esecuzioni (il 97%), in leggerissimo calo rispetto al 2016 quando erano state almeno 3.073 e rispetto al 2015 quando erano state almeno 3.946. Insieme alla Cina, tra i paesi più problematici ritroviamo l’Iran. L’elezione di Hassan Rouhani come Presidente della Repubblica Islamica nel giugno 2013 e la sua riconferma alle elezioni nel maggio 2017, hanno portato molti osservatori, alcuni difensori dei diritti umani a essere ottimisti. Tuttavia, il suo Governo non ha cambiato approccio per quanto riguarda l’applicazione della pena di morte; anzi, il tasso di esecuzioni è nettamente aumentato a partire dall’estate del 2013. Almeno 3.288 prigionieri sono stati giustiziati in Iran dall’inizio della presidenza di Rouhani. Dal 1 luglio 2013 al 31 dicembre 2013 le esecuzioni sono state almeno 444, sono state almeno 800 nel 2014, almeno 970 nel 2015, almeno 530 nel 2016 e almeno 544 nel 2017. Nel 2018, almeno 10 persone sono state impiccate per fatti di natura essenzialmente politica. Ma è probabile che molti altri giustiziati per reati comuni fossero in realtà oppositori politici, in particolare appartenenti alle varie minoranze etniche iraniane, tra cui azeri, curdi, baluci e ahwazi.

L’intero approfondimento, pubblicato dal quotidiano “Nuovo Corriere Nazionale“:

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